INTERVENTO INTRODUTTIVO ALL’ASSEMBLEA DELL’A.N.P.I. DI MALNATE IN PREPARAZIONE DEL XVII CONGRESSO NAZIONALE

6 dicembre 2021 Lascia un commento »

di Riccardo Conte

(vice presidente della sezione ANPI di Varese “Comandante Claudio Macchi”)

(Malnate, 21 novembre 2021)

 

Care compagne, cari compagni,

innanzi tutto voglio ringraziare il Presidente della sezione, Germano Corti, e i membri del comitato di sezione per avermi invitato a questa Assemblea.

Sono lieto di essere qui tra Voi; sono lieto di poterVi conoscere: c’è sempre una dimensione positiva nell’incontro tra persone che si riconoscono in valori comuni e si uniscono per un progetto comune.

Peraltro, il motivo per cui oggi ci incontriamo è proprio quello di un dibattito su un documento congressuale che propone questioni relative ad un progetto comune.

Penso che ci troviamo di fronte ad una grande e complessa sfida: il documento espone una serie di problematiche, che affliggono il mondo contemporaneo, rispetto alle quali si prospettano risposte varie, soluzioni non immediatamente determinabili e probabilmente nemmeno univoche.

Faccio un esempio per chiarezza.

Quando, nel documento, a pag. 30, si afferma – leggo testualmente – che «Il Parlamento deve tornare ad essere specchio del Paese, esaltando la sua funzione di rappresentanza e riconquistando centralità», talché «Va contrastata l’allarmante tendenza a dar vita ad una sorta di presidenzialismo “di fatto”», si dice qualcosa di assolutamente condivisibile in linea di principio.

Sennonché il problema è l’individuazione dei contenuti per arrivare a quell’obiettivo, specialmente in un’epoca in cui prevale un diffuso e pericoloso sentimento di avversione verso la politica, per sfiducia (peraltro, purtroppo, non del tutto immotivata). L’esito del referendum costituzionale dell’anno scorso sulla riduzione dei parlamentari mi sembra sia un sintomo inequivocabile di detta sfiducia: la riduzione rischia di pregiudicare l’effettività della rappresentanza e, infine, la centralità del Parlamento.

Ma anche a prescindere da tale contesto, l’individuazione dei contenuti per difendere questa centralità è difficile. Basti pensare a tutte le discussioni (anche a Sinistra) sul tipo di sistema elettorale da adottare (proporzionale o maggioritario o misto), sulla possibilità o meno di esprimere preferenze e che in numero, nonché, in relazione agli eventuali sbarramenti da prevedere, la misura del quorum da determinare. Tutte cose su cui troppo spesso coloro che sono chiamati a decidere non tengono la barra dritta: le posizioni cambiano al cambiare dei sondaggi elettorali.

Consentitemi, però, un rapido rilievo: una cosa è sicura: la centralità del Parlamento non è direttamente proporzionale al numero di passaggi in televisione con dichiarazioni che non vanno al di là di slogan, né col numero di talk show a cui si partecipa e in cui i partecipanti non possono mai esprimere il proprio pensiero compiutamente per le indegne  bagarre che troppo spesso si scatenano, la cui responsabilità in parte cade anche sui conduttori.

 

Mi sembra, invece, che il documento si spinga – a mio parere in modo condivisibile – ad un maggior dettaglio nella riflessione immediatamente successiva relativa al rapporto tra Stato e Regioni, laddove si legge: «Le Regioni non possono essere poteri separati e conflittuali, ma istituzioni democratiche che valorizzano il territorio di competenza, che operano in concerto col governo nazionale e in cui va esaltato il ruolo del consiglio regionale in quanto massima espressione della rappresentanza politica: a esso deve essere restituita la prerogativa di eleggere il presidente, il cui potere non può non essere bilanciato da opportuni contrappesi. L’Italia risente di decenni di propaganda di secessione delle Regioni ricche e, successivamente, di un federalismo sempre presentato in antitesi e in competizione con lo Stato unitario. Viceversa, occorre ritornare allo spirito costituzionale per determinare un corretto rapporto fra poteri dello Stato, Regioni e comunità locali».

Michele Ainis è intervenuto su La Repubblica del 3 aprile 2020, proponendo un ritorno all’impianto costituzionale originario in tema di Regioni.

Gli scrissi dicendo che condividevo tale tesi.

Consentitemi una breve parentesi.

A me non è mai piaciuta la riforma del 2001 del Titolo V della Costituzione, cioè nel testo ancor oggi vigente, in cui, tra l’altro, si è omesso ogni riferimento, riguardo all’attività delle Regioni, all’interesse nazionale, espressamente menzionato nell’art. 117 Cost. originario. Le riforma costituzionale del 2016 voleva reintrodurre la previsione di tale interesse, anche se – a mio modesto parere con scelta contraddittoria – aveva fatto venir meno la previsione per cui anche i senatori (la cui gran parte, come ricorderete, sarebbe stata eletta eletti dai Consigli regionali) rappresentano la Nazione. Eppure quei senatori avrebbero potuto essere chiamati a decidere in tema di riforme costituzionali. Ma come? Chi non rappresenta la Nazione può votarne una riforma costituzionale?

Non stiamo parlando di elementi secondari, in un contesto in cui troppo spesso si parla del Presidente della Regione – termine usato dalla Costituzione – come di un Governatore, manco presiedesse uno Stato che fa parte di una Federazione come negli USA. Ma tant’è: qualcuno ha pensato e pensa tuttora – anche se non lo si dice più con chiarezza – di fare dell’Italia uno Stato federale!

 

Vorrei ritornare, però, al clima di sfiducia e disaffezione verso la politica che caratterizza i nostri tempi e in cui cercano di pescare nel torbido i demagoghi populisti e fascio-leghisti, offrendo delle soluzioni tanto immediate quanto meramente apparenti ed  inconsistenti nella complessità del contesto internazionale.

Si pensi, per es., in tema di immigrazione (su cui il documento congressuale si sofferma) alla propagandata «chiusura dei porti» o allo slogan: «aiutiamoli a casa loro».

Ma che significa la «chiusura dei porti»? Forse l’indegno divieto di sbarco a chi fugge dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle aberrazioni che avvengono nei lager della Libia? Ma non ci si vergogna ad aggiungere altra sofferenza a chi già soffre?

E poi, a proposito dell’aiutare le persone che emigrano dai loro Paesi, di quale «casa loro» parliamo? Di una «casa» in luoghi distrutti dalle guerre o da calamità naturali? In luoghi in cui – e qui riprendo un principio espresso nella nostra Costituzione – non vi è nessuna possibilità di garanzia del rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, non vi sono le condizioni di sviluppo della persona, non vi è nessun senso dei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»?

L’immigrazione è un problema grave e complesso.

Ma certe espressioni di populismo, che:

– cavalcano il malessere di classi sociali qui da noi frustrate dalle crisi economiche e di identità;

– s’intrecciano con forme di razzismo, xenofobia, fatua e falsa esaltazione di tradizioni, improntate da un uso strumentale della religione, quale instrumentum regni;

non solo non risolvono i problemi, non solo prescindono anche dalla considerazione della necessità che le nostre economie hanno di immigrati (che troppo spesso sono sfruttati e sono sostanzialmente ridotti in schiavitù), ma queste espressioni sono già manifestazioni di quello che Umberto Eco definì l’eterno fascismo.

     In altri termini, usando proprio le parole di Eco[1],  «Se pensiamo ancora ai governi totalitari che dominarono l’Europa prima della seconda guerra mondiale, possiamo dire con tranquillità che sarebbe difficile vederli ritornare nella stessa forma in circostanze storiche diverse. … Tuttavia, … c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni» che va oltre il crollo dei regimi nazifascisti e corre lungo la storia dell’umanità, assumendo varie vesti.

Nel documento congressuale si trovano paragrafi dedicati al fascismo, al razzismo, fenomeni la cui riviviscenza oggi è particolarmente evidente e preoccupante, in Italia, ma anche in altri Paesi.

    Io sono convinto che la lotta contro questi fenomeni non finirà mai, proprio per quanto ho detto. Ed è vero – per mutuare un’espressione evangelica – che i poveri li avremo sempre con noi, poiché sempre ci saranno tentativi di sopraffazione, sempre ci saranno tentativi di sfruttamento, che comporteranno povertà.

Ciò che occorre fare è una vasta opera di cultura, che proponga i valori sanciti dalla Costituzione, che è uno dei due bei frutti della Resistenza (il primo è la Liberazione dal nazifascismo), nella consapevolezza che quei valori dovranno sempre essere difesi, come la democrazia: mai dare per scontato che essi saranno definitivamente acquisiti! Sarebbe il presupposto per il loro affossamento.

Di qui l’importanza di un’opera capillare, a cominciare dalle scuole (ma non solo!), della conoscenza della Costituzione e dei suoi principî di libertà, di eguaglianza, di solidarietà politica, economica e sociale, e dei diritti e dei doveri da essa sanciti.

In alcuni passaggi, tuttavia, il documento pare porre delle questioni che non sembrano essere connesse direttamente all’antifascismo.

E, allora, sorge spontanea una domanda: «Perché se ne parla?».

La risposta mi sembra ovvia: poiché tutte tali questioni hanno una correlazione con principî sanciti dalla Costituzione che nasce dalla Resistenza.

Il problema del lavoro e della sua centralità nella prospettiva sociale e personale ha a che fare con la Costituzione, sol che si guardino gli artt. 2, 3, comma 2, 4, 35, 36 e 37 della Costituzione; ma la correlazione coi principî costituzionali è evidente anche in relazione alle questioni dell’immigrazione (artt. 2 e 10 Cost.), della tutela dell’ambiente (art. 9 Cost.), della sicurezza sociale (art. 38 Cost.), di un sistema sanitario efficiente (art. 32 Cost.), di una giustizia efficiente e tempestiva (art. 24 Cost.), di un sistema tributario equo ed efficiente (art. 53 Cost.) e via dicendo.

Il problema serio è il contenuto delle norme che in concreto disciplineranno i singoli settori, perché le norme, le leggi sono sempre il prodotto di lotte tra classi.

Vorrei segnalare un problema che grava sulle nostre teste di cui sono stato informato pochi giorni or sono da attento giurista (il dott. Marco Manunta, già giudice e presidente di sezione del Tribunale di Milano, ora in pensione) che segue le politiche in tema di servizi pubblici (a cui il documento congressuale fa riferimento a p. 32). Ha scritto la seguente mail:

«Con il DDL approvato il 4/11/2021 in materia di concorrenza e mercato il Governo si è mosso in modo molto invasivo sui servizi pubblici locali, nessuno escluso: dai trasporti ai rifiuti e all’acqua potabile. // Il principio ispiratore dell’intervento è di nuovo il liberismo spinto, come se la gestione mercantile, adottata sistematicamente negli ultimi lustri e, soprattutto, durante la pandemia, non avesse dimostrato chiaramente il fallimento della ricetta. Ciò nonostante viene esaltata la privatizzazione dei servizi e l’affidamento al mercato come il toccasana “per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini” (articolo 1) (sic!). // Se il DDL verrà tradotto in legge dal Parlamento nessuno dei servizi locali potrà rimanere nella gestione pubblica. Nessuna eccezione è prevista, neppure per l’acqua: il servizio idrico è equiparato in tutto e per tutto a qualunque altro servizio gestito in forme e con finalità puramente mercantili… (omissis)».

 

Ritornando al criterio guida che si dovrà seguire in concreto nei singoli settori, io ritengo che esso sia costituito dal principio sostanziale di eguaglianza, che, infine, come disse bene Norberto Bobbio poco più di un quarto di secolo fa, è ciò che distingue una politica di destra da quella di sinistra[2] (fermo restando – sia chiaro! – che non è che la Destra persegua solo politiche di diseguaglianza). 

A proposito debbo dire che spesso mi capita di sottolineare nei miei interventi sulla nostra Carta costituzionale la stretta correlazione che c’è tra libertà, eguaglianza e solidarietà (i rivoluzionari francesi ebbero il coraggio di parlare di fratellanza).

Esso rappresenta un trinomio inscindibile.

Se non tutti possono godere di certe libertà (quella personale o quelle di corrispondenza, di circolazione, di riunione, d’associazione, di religione, di espressione, di difesa) è chiaro che non c’è uguaglianza.

E se non c’è uguaglianza, è chiaro che c’è qualcuno che ha delle libertà o dei diritti o dei privilegi di cui altri non possono godere; ovvero ha dei doveri da cui altri sono esentati.

Ma perché anche il terzo termine si presenta come inscindibile rispetto agli altri due?

Mi sembra che la risposta si possa trovare implicitamente nel comma 2 dell’art. 3 della nostra Costituzione: «E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

I Costituenti ci dicono, dunque, che non è sufficiente che la libertà e l’uguaglianza dei cittadini sia affermata in norme di diritto, ma dev’essere effettiva; poiché se nei fatti vi sono ostacoli di ordine economico (la povertà) e sociale (si pensi alla carenza di servizi, alla carenza di lavoro), la libertà e l’uguaglianza, pur affermate dalla legge, sono in realtà pregiudicate e questo pregiudizio si riflette negativamente, come afferma la stessa norma costituzionale, sul «pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Sennonché, intervenire su questi aspetti significa, in concreto, attuare una politica di solidarietà, quella solidarietà a cui si riferisce, con richiamo – si noti – ancora una volta alla persona, proprio l’art. 2 Cost., che dispone: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»[3].

Alla luce di quanto sin qui detto, possiamo dire, dunque, che anche il terzo termine del trinomio è unito inscindibilmente agli altri due: non vi possono essere, infine, una vera libertà ed una vera uguaglianza, in assenza di una solidarietà politica, economica e sociale, in primis attraverso la partecipazione alla spesa pubblica (art. 53 Cost.), la difesa della Patria nelle sue varie declinazioni (art. 52 Cost.), l’assoggettamento ad alcuni oneri sanitari (art. 32 Cost.) e gli obblighi di soccorso (art. 593 cod. pen.). Sotto altro profilo, non vi possono essere una vera libertà ed una vera uguaglianza senza una politica di solidarietà nelle scelte legislative che riguardano i diritti umani e le scelte economiche e sociali e che abbia cura di costruire un tessuto culturale improntato a tale valore.

Forse a questi concetti pensava Carlo Rosselli, martire antifascista, quando, nel 1928, legava inscindibilmente i termini di «libertà e giustizia».

Giustizia, ovviamente, non come il prodotto dell’attività dell’Amministrazione giudiziaria a fronte della violazione di una norma, ma, prioritariamente, come finalità e prodotto dell’attività del legislatore nella complessa opera architettonica in cui consiste l’attività politica.

«Libertà e giustizia», che Rosselli definiva unitariamente come «un’idea innata che giace, più o meno sepolta dalle incrostazioni dei secoli, al fondo d’ogni essere umano; sforzo progressivo di assicurare a tutti gli umani una eguale possibilità di vivere la vita che solo è degna di questo nome, sottraendoli alla schiavitù della materia e dei bisogni che oggi domina il maggior numero; possibilità di svolgere liberamente la loro personalità, in una continua lotta di perfezionamento contro gli istinti primitivi e bestiali e contro le corruzioni di una civiltà troppo preda al demonio del successo e del denaro»[4]. Ed affermava poco dopo: «La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma. L’individuo in tal caso è schiavo della sua miseria, umiliato dalla sua soggezione … Libero di diritto, è servo di fatto»[5].

Notate come Rosselli nel ’28 anticipava già i contenuti degli artt. 2 e 3 Cost.!

Qui concludo, non senza, però, un’ultima riflessione riguardo all’Europa.

Grazie al cammino indicato dai visionari di Ventotene, dopo la Seconda Guerra mondiale è iniziato il lungo percorso che ci ha portato all’Unione.

E’ un percorso che ha assicurato a noi europei occidentali (a partire da 600/700 chilometri da qui verso Est purtroppo e tragicamente non è stato così) un periodo di pace che mai fu conosciuto nella storia.

Penso che a noi italiani ha dato anche l’occasione di introdurre delle riforme di non poco conto che forse da soli non avremmo ottenuto, data la forza di certi centri di potere economico.

Ma il cammino dell’Unione è ancora lungo sul piano dell’attuazione di politiche di attenzione alle esigenze dei cittadini.

[1] Eco, Il fascismo eterno, Milano, 2018, p. 18..

[2] Cfr. Bobbio, Destra e Sinistra, Roma, 2014 (la prima edizione del libretto è del 1994).

[3] Su tale correlazione cfr. Corte cost., 7 giugno 2019, n. 141.

[4] Rosselli C., Socialismo liberale, Torino, 1997, p. 82

[5] Rosselli C., op. cit., p. 90 e segg.

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